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26 giugno 2006

L'America auspica un ritorno alla politica della speranza

Flag Torno da una settimana passata a Washington per il meeting mondiale di Edelman: politica e nuove tecnologie sono i due temi più trattati. Vuoi perché la sede scelta non può escludere la politica dall’agenda, vuoi perché la nostra vita è intrisa di tecnologia, ma soprattutto perché c’è una forte correlazione tra le due.  La lentezza politica potrebbe compromettere lo sviluppo tecnologico che a sua volta metterebbe in serio predicato la supremazia americana. Di politica ci hanno parlato in momenti diversi Edward Kennedy, Donald Rumsfeld e Mike Deaver. Ho incontrato Kennedy (oggi senior Democrat on the Health, Education, Labor and Pension Committee, ma in politica dal 1962, quando ha rappresentato lo stato del Massachusetts al senato americano) una sera in una cena privata al Capitol, la sede per eccellenza da ben 250 anni della politica statunitense. Insieme a lui, Mike Deaver, oggi consulente di Edelman nell’ambito della PA, che per trent’anni è stato il braccio destro di Ronald Reagan. Un bel duetto che ha sintetizzato molto bene il significato di “politica della speranza”. Speranza di mantenere il dominio, di essere anticipatori sul resto del mondo, di continuare a condurre i giochi. Gli americani sembrano non realizzare quanto velocemente il resto del mondo - India e Cina sostanzialmente ma anche le Repubbliche Sovietiche così ricche di materiale del sottosuolo - siano vicine a contrastare, per non dire superare, il primato americano in tecnologia, innovazione, produttività e profitti. Questi paesi affamati, poveri, ma ben preparati e format,i si sono messi a partecipare al gioco del potere economico. Ieri non ne erano interessati, prima ancora di non poterne far parte. Oggi ci sono e voglio giocare da vincitori. Non importa quanto tempo ci vorrà. Loro potranno cambiare il mondo offrendo competenze sempre maggiori e un vantaggio sui costi. Già oggi si assiste a una migrazione crescente di centri di produzione dagli States in paesi come la Cina e il Messico, dove un operaio produce a un quarto del costo rispetto agli Usa. La Cina da sola sforna 950.000 ingegneri ogni anno, contro i soli 70.000 degli Stati Uniti. Il grande vantaggio americano è la grande inventiva e versatilità nel trasformare immediatamente un’idea in un prodotto, in qualcosa capace di generare profitto, cosa che i paesi emergenti non sanno ancora fare.

Wall20street20senery Interessante quale approfondimento sul tema, lo speciale “Global Leadership – Can America compete?” di Fareed Zakaria su Newsweek del 26 giugno. A sostegno della tesi che l’America è a rischio si chiama in causa Jeffrey Immelt, CEO di GE, che sottolinea il declino delle materie scientifiche e tecnologiche come scelta scolastica per buona parte degli americani. E il paese ormai specializzato in consumi e piacere vede un consenso crescente verso lo studio delle discipline corporee, qualcosa tipo il nostro ISEF. Inoltre l’assunzione oggi di un neo laureato in ingegneria negli States ha lo stesso costo di assunzione di 5 chimici in Cina e di 11 ingegneri in India. Ancora, a causa di una pessima politica americana, Londra ha sorpassato negli ultimi 5 anni NY come capitale della finanza.

Tuttavia, l’America, continua ad essere, secondo il World Economic Forum, il secondo Paese più forte economicamente, e mantiene la supremazia in tecnologia e innovazione, per la spesa in ricerca e per la qualità degli istituti di ricerca. Soprattutto mantiene il dominio mondiale per produttività e profitto. E’ giusto lanciare l’allarme, anche se alcuni fattori giocano a favore di un’America ancora in testa per un po’. La troppa burocrazia giapponese impedirà a quel paese una svolta veloce. La “one child policy” cinese sta facendo emergere il cosiddetto “4-2-1 problem”: a carico di un lavoratore cinese ci sono 2 genitori e 4 nonni. Nel 2040 la Cina avrà molti più anziani degli Stati Uniti. Paese che comunque continua ad affascinare le popolazioni straniere che continueranno a lasciare le loro terre nella speranza di vivere in prima persona il sogno dell’eldorado americano. Così gli States beneficeranno di risorse umane fresche mentre la popolazione cinese e tedesca si ridimensionerà del 5-12% entro il 2050. Quindi: riusciranno gli Stati Uniti a competere (per vincere)? La battaglia e la guerra dei prezzi è persa: Cina e India avranno lavoratori più preparati e a costi minori, senza via di scampo, ma gli americani hanno flessibilità, ingegno e aperture mentali senza paragone. E’ su queste che devono far leva per creare nuove tecnologie, nuovi posti di lavoro, un nuovo sistema di comunità non immediatamente imitabile.

posted by Fiorella Passoni

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