Mi scusi, quale ha detto che è la sua professione?
L'avventura di Richard Edelman, descritta nel suo blog , sta suscitando commenti anche nel mondo della Comunicazione italiana. Il dibattito è sul sito della Ferpi. La storia è divertente e significativa: Richard era andato in banca per ritirare soldi e si è trovato a dover compilare il solito modulo. Peccato che la voce "PR" non era contemplata, né ritenuta abbastanza specifica. "Mai sentito parlare di "PR, cos'è?" chiedeva l’impiegato. Cosa scrivere allora sul modulo? "Corporate"? "Marketing Communications". Decisamente troppo lungo per il modulo della banca. In sostanza, osserva Richard, facciamo un lavoro "clandestino", che non ha neppure un nome che lo definisca bene. A chi di noi non è mai capitato, anche solo ad una cena fra amici, di dover utilizzare un lungo giro di parole per definire il nostro lavoro di tutti i giorni? Con la fastidiosa sensazione alla fine di non essere riusciti a spiegare con precisione cosa si fa per vivere. "Amici relatori pubblici, abbiamo ancora tanto lavoro da fare per l'identità della nostra professione", commenta Fabio Ventoruzzo, nel sito della Ferpi. Mi chiedo, ma non ci converrebbe provare a inventare un altro nome? Che magari avesse più fortuna di questo, che proprio funziona poco? Per esempio "Comunicatore". C'è la Pubblicità e c'è il "Pubblicitario". C'è la Comunicazione e c'è il "Comunicatore". Oppure chiamarci "Consulenti in Comunicazione", ma il rischio è che l'acronimo diventi "CC", come l'Arma benemerita. Non so trovare soluzione, ma il problema c'è. Ne vogliamo discutere? Ventoruzzo suggerisce il libro di Roberto Fioretto (Pubbliche Fascinazioni: i rituali delle relazioni pubbliche tra scienza e arte, ed. Cleup), io vi invito a una visione ironica del film "Thank you for smoking".
posted by Sergio Veneziani
Per alcuni miei clienti curo la comunicazione, per altri solo l'ufficio stampa. Una sera ho provato a spiegare a una mia amica cosa fa un addetto stampa: non sapeva esattamente in cosa consiste il lavoro, ne è rimasta stupita.
Scritto da: Carlo Odello | 07 settembre 2006 a 22:20
Ho sempre evitato (quando possibile) il termine P.R. soprattutto in Italia dove, con tale acronimo, si definiscono per antonomasia i "portagente" dei locali pubblici.
Cordiali Saluti
TZ
Scritto da: Titti Zingone | 11 settembre 2006 a 11:46
PR...penso che sia un acronimo degno di un piano di riposizionamento. Siamo in grado di gestire l'awareness di brand e prodotti, di renderli più vicini al target (altro termine da ripensare) di riferimento, mentre non facciamo lo stesso per riqualificare l'immagine del nostro lavoro. Sono convinto che molte aziende continuino a non comprendere a fondo il nostro lavoro, figuriamoci il "resto del mondo".
Personalmente, se proprio dovessi scegliere un acronimo, opterei per RP, che meglio interpreta le "relazioni pubbliche" e non si piega necessariamente a termini anglofoni.
Probabilmente tutti noi abbiamo degli aneddoti da raccontare. Personalmente ho rinunciato a discutere con l'impiegato dell'anagrafe al momento del rinnovo della carta di identità. Risultato: alla voce professione risulta un bel trattino. Niente!
Se andiamo nella sfera privata, amici e parenti sono ancora convinti che faccia il giornalista...
Questo è lo scotto di intraprendere questa professione, ma non certo un limite. Gli americani direbbero che è un challenge..qualcosa per cui vale la pena impegnarsi per ottenere dei risultati. La domanda è: chi dovrebbe farlo? Assorel? Ferpi? Tutti noi? E come? Non ho l'esperienza per dare risposte...nel mio piccolo lavoro al riposizionamento del mio lavoro.
Scritto da: Marco Magli | 12 settembre 2006 a 14:34