Tra diritto alla privacy e dovere di cronaca
I blogger che in questi giorni stanno dando voce alle proteste di Teheran sono efficaci in quanto anonimi? Se fossero costretti a rivelare la propria identità potrebbero continuare la loro attività di testimonianza di quanto sta accadendo in Iran? Nascondere il proprio nome dietro uno pseudonimo o, meglio, un nickname, aiuta a mettere in luce scandali e retroscena o genera solo disinformazione?
Sono interrogativi, questi, che in questi giorni stanno prendendo sempre più piede nel discorso attorno alla rete. Il dibattito sulla pubblicazione della propria identità in internet è tornato alla ribalta, viste anche alterne vicende che – da prospettive diverse – hanno indotto i media a parlare di identità in rete.
È notizia di questi giorni che l'Alta Corte di Londra ha stabilito che l'autore di un importante blog – che aveva appena vinto un premio come autore su temi politici – non ha diritto a mantenere segreta la sua identità. La motivazione? “Se un blogger decide di rimanere anonimo non vuol dire che ne abbia sempre diritto e che un giornale non possa svelarne l'identità”. Tutti i passaggi della controversa vicenda li trovate qui.
La notizia amplifica di colpo il dibattito che – da sempre – ruota attorno alla privacy in rete, che era stato riportato in auge con il boom di Facebook: il social network più popolare del mondo, infatti, aveva scardinato la logica dell’anonimato del web 2.0 per portare milioni di individui a “metterci la faccia”, mostrando nome, cognome e volto senza nessun riserbo. Cosa che ha portato al problema dei "furti" d'identità, al proliferare di fake e a palesi violazioni della privacy.
Il riserbo rimane necessario, invece, se si pensa a quanto sta succedendo ai blogger iraniani: il pericolo che il controllo dell’identità possa trasformarsi rapidamente in censura o punizione per chi vuole esprimere la propria opposizione è reale.
Posted by Sergio Veneziani
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