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Detto Tra noi

23 luglio 2012

The Holmes Report: Edelman in testa alla classifica mondiale delle R.P.

Global%20RANKINGS%202012%20SquareL'Holmes Report ha rilasciato la nuova "Global Ranking" delle agenzie di relazioni pubbliche: Edelman, con oltre 600 milioni di dollari di fatturato, si è collocata al vertice mondiale per il 2011, davanti a Weber Shandwick e Fleishman-Hillard. Edelman ha messo a segnpo una crescita del 15,7 % nel 2011, la più elevata fra le 10 top firme. Fra i giganti, Edelman, Weber Shandwick, Ogilvy Public Relations e MSLGroup crescono a doppia cifra.

 

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20 giugno 2012

EDELMAN GOOD PURPOSE®: lo studio 2012 conferma la buona propensione degli italiani nei confronti dell’impegno sociale, ambiente, e società civile

Eccoci giunti alla quinta indagine globale sugli atteggiamenti dei consumatori nei confronti delle problematiche della società, sul loro impegno nel sostenere cause sociali e sulle loro aspettative nei confronti delle marche e delle aziende.

 GoodpurposeEdelman Good Purpose® 2012 è stata condotta da StrategyOne (la società di ricerche di mercato di Edelman) fra il gennaio e il febbraio di quest’anno per mezzo di interviste online in 16 paesi coinvolgendo oltre 8.000 adulti. In dettaglio: 500 in Belgio, Brasile, Canada, Cina, Francia, Germania, India, Indonesia, Italia, Giappone, Malesia, Olanda, Singapore, Emirati Arabi Uniti, Stati Uniti e U.K.

Vediamo i risultati più significativi: solo il 44% degli italiani è personalmente impegnato nel sostegno di attività di responsabilità sociale, ma a parità di qualità e prezzo, più di un italiano su due (63%) acquista guardando all’impegno che le aziende produttrici hanno in ambito sociale.

Un criterio quindi molto più importante della fedeltà al brand (indicato dal 21% degli italiani) e addirittura del design e dell’innovazione (primo criterio di scelta per solo il 16% contro una media mondiale del 29%), spesso citati come cavallo di battaglia dalle aziende che vogliono conquistare il consumatore del Bel Paese.

In tempi di crisi, gli italiani delegano al Governo anche la responsabilità dell’impegno sociale: il 93% degli intervistati italiani dichiara di essere stato colpito in qualche modo dalla crisi economica (contro l’85% della media globale), il 62% di aver ridotto lo shopping non necessario (51% la media globale), il 46% di aver smesso di risparmiare (28% globale). Colpiti dalla crisi, i consumatori italiani (55%), ma anche quelli di tutto il mondo (54%), sono convinti che dovrebbe essere il Governo a occuparsi dei problemi che affliggono la società.

Solo il 18% ritiene che tocchi farlo a “persone come me”, il 12% alle organizzazioni umanitarie no-profit, il 6% alle istituzioni religiose e il 4% alle imprese. Curioso in un Paese di cultura cattolica come l’Italia che pochi fra gli intervistati ritengano la responsabilità sociale un compito della chiesa.

L’ambiente resta sempre in cima ai pensieri degli italiani: forse non coinvolti personalmente nel sostegno di attività a finalità sociale come nel resto del mondo, gli italiani hanno comunque una loro lista di priorità quando pensano all’impegno sociale. In particolare, sempre secondo i dati raccolti, ben l’87% è interessato alla protezione dell’ambiente in cui viviamo (ma era il 95% nel 2007), seguito a stretto giro dalla lotta alla violenza e agli abusi in famiglia (79%), dal miglioramento del sistema sanitario come anche dall’aiuto volto a migliorare l’autostima delle persone (entrambi al 78%). Da sottolineare che, rispetto al 2007, ci sono clamorose discese, come le uguali opportunità di educazione (-20%), l’aiuto per i diritti umani e civili (-19%) e la lotta alla riduzione della povertà (-21%), ma anche consistenti risalite, come il sostegno per la fame e i senzatetto (+14%), l’aiuto in caso di disastri naturali (+13%), la lotta contro la diffusione di malattie ed epidemie (+13%).

Interessanti le risposte date dagli italiani se i costi non fossero un problema, se le loro scelte potessero avvicinarsi a quello che davvero sognano senza pensare al prezzo. Infatti, il 70% preferirebbe vivere in una casa “green” più che in una casa “grande” (30%); l’83% acquisterebbe prodotti locali più che di “design” (17%), l’82% sceglierebbe un’auto ibrida più che una macchina di lusso (18%) e il 57% sogna poi un lavoro con finalità sociali.

Parlando di aziende, il 74% degli italiani consiglierebbe un prodotto di un’azienda impegnata attivamente nella responsabilità sociale, il 71% comprerebbe un prodotto o un servizio, il 70% condividerebbe un’eventuale esperienza positiva. Interessante anche scoprire che ben il 78% passerebbe a un brand competitor se solo fosse impegnato in scopi sociali, oltre ad acquistare più volentieri e con maggiore fiducia, aiutandolo anche nel sui gentili propositi.

 

Per ulteriori dettagli: www.purpose.edelman.com

Per scricare il pdf della presentazione, cliccare Download Goodpurpose2012_ITAdef

Posted by Anna Capella

09 febbraio 2012

Presentato da Edelman Italia il Trust Barometer 2012: cresce la fiducia nei media

E' stato presentata a Milano, il 31 gennaio scorso, l'edizione 2012 dell'Edelman Trust Barometer.

Per vedere la presentazione, cliccate Download 2012 Trust Barometer_Italy - SV def

 

Cliccando qui sotto è possibile assistere a una conversazione sul Trust fra Dennis Redmont e Alan VanderMolen.

 

 

Qui sotto il comunicato stampa:

 

Milano 31 Gennaio 2012 – L’Italia si conferma un Paese complessivamente “fiducioso”: in Europa soltanto l’Olanda, con il 61%, dimostra di aver maggior fiducia nel governo, nei media, nelle aziende e nelle Organizzazioni non governative. L’Italia era al 56% l’anno scorso e al 56% resta quest’anno, mentre la Francia scivola al 40%, la Spagna al 37%. Il Giappone crolla dal 51% al 34% per effetto del disastro nucleare. Il Regno Unito resta basso: 41%, gli Stati Uniti al 46%.

E’ il risultato del caos finanziario e politico del 2011: nella maggior parte dei 25 Paesi presi in esame, i governi raccolgono un indice di consenso al di sotto del 50%. In Francia, Spagna, Brasile, Cina, Russia e Giappone, così come in altri sei Paesi, la fiducia nei governi è scesa di oltre 10 punti percentuali. Anche in Italia la caduta di fiducia nel governo è stata notevole, ma ormai è storia passata visto che l’indagine, condotta fra il 12 ottobre e il 15 novembre, ha preso in considerazione il governo Berlusconi (punteggio disastroso: 38%) e non il nuovo governo Monti.

“Oggi le aziende sono più credibili”, ha commentato Fiorella Passoni, amministratore delegato di Edelman Italia, “e possono guidare una ripresa generale della fiducia, cercando di essere percepite come forza di progresso e fonte di ricchezza, non come enti a scopo di lucro”.

La maggior fiducia nelle imprese non corrisponde ad altrettanta fiducia nei CEO, mediamente crollati di 12 punti percentuali in Europa (il più grande scivolone in 9 anni). Invece, torna in auge la fiducia nelle “persone come me”, nei pari, nei colleghi, ora preceduti soltanto da accademici ed esperti.

Ma in Italia è particolarmente significativa la ritrovata fiducia nei media, balzati dal 40 al 59%, e nei social media, cresciuti del 19%. Oggi social-networking, micro-blogging, e siti di condivisione di contenuti sono fonti di informazione altrettanto affidabili dei media tradizionali, e certo molto di più della pubblicità.

"I media hanno fatto un lavoro eccezionale lo scorso anno per spiegare i problemi finanziari in tutta l'Europa”, ha dichiarato Alan VanderMolen, Presidente e CEO di Global Practices and  Diversified  Insights Business di Edelman. “Hanno saputo offrire una vasta gamma di servizi e opzioni”.

Accademici, esperti e tecnici aziendali sono sempre al top della fiducia in Italia e nel mondo, considerati ancor più affidabili dei rappresentati delle Organizzazioni non governative. E questo forse spiega perché il governo Monti, tecnico per eccellenza, sembra ottenere in Italia e nel mondo un buon livello di fiducia. 

In Giappone, lo si è accennato, il terremoto dello scorso marzo e il conseguente disastro nucleare hanno minato la fiducia generale: il governo ha perso 26 punti, i meda 12, le NGO’s 21. L’industria dell’energia è crollata addirittura di 46 punti, le banche di 20. Al contrario, la Cina è è oggi al primo posto nel mondo per fiducia complessiva (76%) e l’unica a far registrare un significativo aumento di fiducia anche nelle aziende, passando dal 61 al 71%. Un vero passaggio di testimone dal Giappone, oggi “sol calante”, alla Cina.

 



Il Trust Barometer di Edelman
Il Trust Barometer è un’indagine condotta in 25 Paesi da Edelman. L'indagine è stata condotta dalla società di ricerca StrategyOne e consiste in interviste online 20 minuti condotte fra il 10 ottobre e il 30 novembre 2011. Il campione è stato di 25.000 intervistati (popolazione generale) e di 5.600 (pubblico informato) suddiviso in due gruppi di età (25-34 e 35-64), in 25 Paesi. Per pubblico infornato si intende persone che rispondono ai criteri seguenti: diploma di istruzione, reddito delle famiglie elevato (compreso nel 25%); letture frequenti di notizie sui media. Per ulteriori informazioni, visitare http://www.edelman.com/trust o chiamare il 212.729.2166.

14 luglio 2011

Due nuovi strumenti Edelman per misurare l'influenza di blogger e Twitter

Edelman ha lanciato oggi BlogLevel e la versione 2.0 di TweetLevel, due strumenti grauiti che permettono di identificare chi siano i veri creatori di opinione nei diversi campi. Ovviamente, TweetLevel analizza Twitter e BlogLevel misura la blogosfera.

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I due strumenti offrono elementi pratici di indagine a aziende e brand che, attraverso questi algoritmi messi a punto da Edelman, possono stabilire metriche di comparazione fra blogger e tweeters, in tutti i Paesi e in tutte le lingue del mondo. Ottengono punteggi più alti coloro che creano contenuti e idee proprie che sono poi amplificate e riprese dagli altri, così come coloro che più scambiano commenti con i loro follower. 

Per maggiori informazioni su BlogLevel eTweetLevel, cliccare qui per FAQ, qui per una presentazione e qui per il comunicato stampa Download Edelman launches BlogLevelTweetLevel final.

Posted by Sergio Veneziani

04 febbraio 2011

Ecco 11on11, i pensieri Edelman sulle ultime tendenze

Con qualche settimana di ritardo, così come tutti gli anni, torna l’appuntamento con la newsletter – "11on11"  “Download Edelman11on11” è il titolo di questo 2011 – che raccoglie alcuni pensieri di Edelman sulle tendenze e le realtà dell’anno che ci aspetta.

Edelman “11on11” ospita i contributi di 11 professionisti della comunicazione provenienti da diversi paesi del network per il 2011. Il nuovo concetto di mobilità che ci rende tutti sempre connessi, l’importanza della misurazione delle performance, la generazione dei Millennial, i nuovi “action consumer” sempre più disposti a farsi liberamente ambasciatori delle marche di cui si fidano, le previsioni sul futuro della marca nei prossimi dieci anni …. sono soltanto alcuni degli argomenti che vedrete trattati dalla nostra newsletter.

Buona lettura!

Posted by Anna Capella

24 maggio 2010

Euro, crisi ed economia, visti dal nostro osservatore a Bruxelles

Di ritorno dal Regional World Economic Forum di Bruxelles, Jere Sullivan, Presidente di Edelman Global Public Affairs, ci ha mandato le sue annotazioni che volentieri condividiamo. L'economia mondiale naviga in acque agitate e qualunque punto di osservazione in più può essere utile per capire il presente e pianificare il futuro.

 

The longer term view – Euro 2020 Strategy.  Barroso and Van Rompuy highlighted a number of key factors that need to be addressed as part of Euro 2020 Strategy including:

· The Eurozone needs to achieve both economic stability and financial market stability as the two are inextricably linked.

· All growth starts with good public service and the EU leaders need to make tough decisions that benefit the long term prosperity of the region not just short term decisions to satisfy the electorates.

· A number of member states continue to live beyond their means and Greece should be a wakeup call.  Changes need to be made to increase productivity and balance economies and this would include austerity programs and debt reduction.

· Investments need to be made to improve the economies in the Eurozone including investment in knowledge based economies, interconnection of energy systems and in a lower carbon economy.

· The solution is not to lower standard of living but rather to increase competitiveness which will require investments at both the European and member state level.

· In these tough times more than ever there is a need for political courage to make unpopular decisions.

· Unless the Eurozone doubles its economic growth it cannot support the current EU social model and it will not have a voice in the global economy,

A stronger message from the business community.  A panel of businessmen – from the U.S., UK, Russia and India -- followed the politician’s panel and they did not mince words.   They were much more pointed in noting that unless the EU makes some tough decisions it will continue to lose influence to the U.S and China, followed by India, Russia and Brazil.   Lack of productivity, less than business friendly labor laws and declining innovation were just a number of the issues sited by the panel that make investing in the EU less attractive.   

 

· Manpower Chairman and CEO, Jeffrey Joerries felt Europe needs to teach less rote thinking and more innovative thinking.  This is not only an academic exercise but a general state of mind that needs to be reinforced.   

· Llloyds CEO Lord Leveve was particularly critical saying the EU is “fiddling while Rome burns” and that Europe hast to wake up and get its act together to compete in the 21st Century. 

· WPP CEO Martin Sorrell felt business was being hampered in Europe by over-regulation, lack of employee mobility (to move beyond their market) and a lack of political will to achieve changed.  As a result investment that should be going into the EU is going to the US, China and India.    

· Chander Gumani, CEO of Mahindra Satyam said the EU has too much talk and not enough action and his company invests in individual European countries and not the EUI as a whole mainly because there are no uniform tax laws and business regulations. 

· Ruben Vardanian, CEO of Troika Dialog a large investment fund in Russia said that in the last decade the EU has become less attractive and that the new generation in the EU is more interested in a stable life than progress. 

 

Greening of Europe.  In addition to discussion about the current economic malaise in the EU another popular topic was renewable energy.   A number of key points were addressed by business, government and NGO representatives: 

· The EU had set a goal of reducing its carbon emissions by 20% by the year 2020 and are currently are 1% behind their goal on the critical timeline.

· A common area of agreement is the need for a unified smart grid as opposed to the current state of antiquated and varied grid technology at the national level.

· As always is the case there was much debate over the role of traditional energy sources versus renewable or a mix of both. 

· Industry feels currently renewables can be used for more passive energy needs – lighting, offices, etc. – but is not available in great enough abundance and  at a competitive price to support heavier manufacturing – steel production, auto manufacturing, etc.

· Challenges and solutions included:  

o   Banks not offering financing as quickly and freely in a down economy to the renewable sector;

o   Lack of investor certainty in the renewable energy space to support greater investment by industry;

o   A need for consumer incentive in the form of tax breaks to purchase and use the technology to drive scale, which will in turn bring pricing down for renewable energy;

· Industry felt greater efficiencies in the technology need to happen before it is fully embraced.  They also believed government can play an important role through tax breaks and incentives.

· NGOs support the idea of government should play a role in funding R&D for renewable, but companies should be forced to share the resulting technology. You see the dilemma.

· New Commissioner for Climate Change Connie Hedegaard from Denmark, led a panel discussion and demonstrated the willingness and recognition that government and business need to work together to address climate change.   However, she was particularly hard on aviation and shipping saying they have been dragging their feet and need to step up their efforts.   She did give kudos to GE who was sitting on the panel with her as a company that was stepping up to the demand of addressing climate change and doing so in a way that is profitable.

· The airlines countered by stating that mobility is critical to the EU to expose their citizens to new ideas, expand innovation and thus grow the market.   

 

Finding its Foreign Policy niche.   A number of panels addressed the role or diminishing role of the EU in setting foreign policy.   It was felt the EU as a whole lacks a unified opinion on foreign policy and is not viewed as a leader on any particular aspect of foreign policy.  Instead France, Germany and particularly the UK drive their own positions and they won’t cede power to the EU.  It was felt by many that the EU cannot and will not be able to provide hard power (troops and military strength) but can play a role using soft power (educating national security forces in Afghanistan, providing infrastructure support etc.). 

There was debate on whether or not the EU should play a role in Afghanistan with foreign policy wonks from the universities suggesting Pakistan and the Balkans are places where the EU can play a bigger self defined role.    Konstantin Zhigalov Special Representative of the Chairman-in-Office of the OSCE believes the EU has to be more involved in Afghanistan as 30 countries have special representatives assigned to Afghanistan and the EU needs to be part of that group.  Also Afghanistan borders 3 of the OSEC member countries.  Also the EU is destination for Afghanistan’s leading agricultural crop – opium – and like it or not it is connected.   

Oxford professor Timothy Ash said while the EU may feel it is getting its act together it is almost viewed with contempt by Beijing, Mumbai and Washington D.C.  These three would all like to deal with the EU as one entity but to quote Henry Kissinger they are not sure whom to call.  Ash also felt Russia has less of an interest in dealing with the EU on foreign policy as a re-emerging imperial power in their own right.  That said the development of Russia’s economy is central to their future and they cannot modernize it without the EU. 

The end of the EuroZone?  Marek Belka, Director, European Department, International Monetary Fund (IMF), suggested international investors will put on hold the idea of investing in the Euro versus the dollar.  He believed the European region has not been a healthy target for investment for some time and depending on how Greece responds, combined with the fragile economies in Portugal, Spain and Italy that fact could continue for some time.  He did note that often times it takes a crisis like Greece to create a mechanism for change and it should serve as a catalyst for structural reform.  

To expand or not to expand.  There was ample discussion about whether or not the Euro Union should expand.  Some felt in this current economic environment there will be little appetite for expansion for fear of the big economies being put into a situation where they will have to bail out yet another government.  

At the same time Turkey made the case that unless Europeans want to work 65 hours a week they will need countries like Turkey in the Union.   They boast the 6th largest economy in the world, 66% of their population is below the age of 23 and they have the 4th largest workforce in the world.   They feel the EU needs to hold up their end of the bargain and seriously consider them for accession.  Valid arguments but the Big 3 economies do not support Turkey joining the EU, and unless they are swayed, the discussions could continue for decades.  The elephant in the room was the issue that many Europeans do not want a large Muslim country as part of the EU.  This is the downside of the WEF often times the obvious points are glossed over because of political correctness.   

Italian Senator Emma Bonino made a very valid point that the EU spends an enormous amount of time validating a country’s accession to the EU and very little time monitoring them once they enter to make sure they are adhering to rule of law and transparent governance.  This was once again a point that was glossed over when business leaders chastised developed Western European governments for being non business friendly which is why the developing faster grow economies in Eastern Europe and Russia make more attractive targets for investment.  No reference was made to the cost of corruption in those economies which is a major stumbling block for investment in those regions. 

The overall tone to the meeting was somber and while concerns about the competitiveness of the Eurozone have been voiced and editorialized over the last four and half years I have worked in Europe, and the EU keeps chugging along.  However, this time it seemed a bit more urgent and it wasn’t just the chattering class on the editorial pages issuing warnings – it was European business, academic and government leaders alike suggesting now was the time for action.   Only time will tell.

 

29 aprile 2010

Tweetlevel e i 1.000 account Twitter-Tech più influenti

Novità dal mondo Edelman Digital, a raccontarle è il nostro collega Jonathan sul blog The Naked Pheasant: grazie a Tweetlevel, strumentino creato proprio da Edelman che permette di misurare il livello di popolarità, coinvolgimento e fiducia degli account Twitter, Edelman ha stilato la lista dei 1.000 account Twitter technology-oriented più influenti sul web.

Il primo dato che salta agli occhi è l'aumento degli account Twitter legati ai brand. Aziende, agenzie, periodici, start-up e consulenti, sembrano aver ormani compreso la forza del microblogging nel gioco delle relazioni con i clienti e il pubblico di riferimento.

Ad aprile più di 40 dei 200 top opinion leader tecnologici su Twitter sono brand (es. Google e Bing) rispetto ai 25 di gennaio (...) Molti hanno registrato un forte incremento del proprio livello di influenza: tra gennaio 2010 e aprile 2010 Ubertwitter è saltato dal 57esimo a 13esimo posto, HTC ha scalato 103 posizioni dalla 194 alla 91, Google è salito dalla 15esima alla 17esima, mentre il suo rivale Bing è sceso dalla posizione 118 alla 186. Tra i media solo 7 rientrano nella top 200. Anche i giornalisti costituiscono solo un piccolo gruppo di 7 elementi in una top 200 in cui a fare la parte del leone sono i guru e i professionisti della comunicazione. Unica eccezione Pete Cashnore, giornalista di Mashable, che rimane saldamente al primo posto nella lista dei mille più influenti. Scrive Jonathan.

Una menzione speciale e un po' "nazionalista": 5 tra i primi 1.000 account sono italiani, Riccardo Luna@RiccardoWired (373), Luca Conti@Pandemia (420), Nicola Mattina@nicolamattina (790), Marco Montemagno@Montemagno (950), Alberto D'Ottavi@Dottavi (998).

Qualora volestre aggiungere in un sol colpo tutti e 250 top Twitter techno-friendly account, potete cliccare qui per seguire la lista.

Se invece siete curiosi di capire come viene elaborato il ranking di Tweetlevel, oltre che al post su The Naked Pheasant, potete trovare le informazioni qui.

Si apre la sfida per scalare la classifica...

Posted by Vanessa Carmicino
(p.s. perdonate gli inglesismi)

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26 aprile 2010

Centromarca e Edelman: sviluppo sostenibile, obiettivi di crescita e interessi dei consumatori

Anche se gli effetti della crisi economica mondiale si fanno sentire, sempre di più i consumatori chiedono alle aziende, ai brand e a se stessi di impegnarsi nel sociale, come dimostrano i risultati della terza edizione dell’indagine annuale di Edelman, goodpurpose, sulle abitudini dei consumatori presentato il 21 aprile, a Milano, in anteprima al convegno di Centromarca (Tra obiettivi di crescita e istanze sociali: la marca alla sfida dello sviluppo sostenibile).  

ModificataIl sondaggio, che ha coinvolto 6000 persone in 10 Paesi, ha rivelato che il 63% dei consumatori italiani, a parità di prezzo e qualità, sceglie marche che sono socialmente impegnate, valore nettamente superiore a quello medio nella UE, e che la buona reputazione di un marchio conta “sempre” e “quasi sempre” in oltre il 60% delle scelte d’acquisto.

La classifica dei “temi” di carattere sociale che interessano “personalmente” gli italiani vede al primo posto la “protezione dell’ambiente” (84%), seguito dalla “comprensione e rispetto delle altre culture” (76%), mentre la lotta contro la “povertà” e quella contro le “pandemie e malattie” si collocano agli ultimi posti della graduatoria di interesse (non così nella media EU).

I risultati dello studio indicano che le marche continueranno a trarre vantaggio dall’impegno concreto nel campo sociale non solo perché rende i clienti più fedeli e motivati, ma soprattutto perché, come dimostra la ricerca, la grande maggioranza degli intervistati consiglierebbe una marca impegnata in una buona causa. Inoltre, due intervistati su tre si dichiarano disposti a passare a un altro brand di qualità analoga, se questo supporta una buona causa.

I consumatori indossano, guidano, mangiano e vivono i propri obiettivi sociali, mentre l’impegno continuo nel sociale diventa un nuovo criterio per definire lo status sociale e il comportamento corretto. Questo offre alle aziende e alle marche che si fanno coinvolgere in progetti di responsabilità sociale di sviluppare con i consumatori relazioni a lungo periodo che, a loro volta, permettono a questi ultimi di sottolineare la propria rilevanza all’interno delle comunità e dei gruppi sociali dei quali fanno parte.

 

Le aziende stanno sempre più prendendo coscienza di queste tendenze. Di fatto, la responsabilità sociale è sempre più parte integrante delle strategie di business di numerose marche e aziende, apre nuovi mercati ed è utilizzata per mantenere le quote di mercato e migliorare la fidelizzazione e la reputazione nei mercati esistenti. Il maggior impegno è percepito dal mercato che infatti ora ritiene nel 30% dei casi le marche “molto” o “un po’ impegnate” e solo nel 9% dei casi “per niente”. 

E come si ristabilisce la fiducia nelle imprese? In Italia “la trasparenza e l’onestà” sono giudicati i fattori più importanti dal 76% degli intervistati, valore che supera persino l’ovvio “offrire prodotti o servizi di alta qualità”. Molto importante anche “trattare bene i dipendenti” (68%, valore più alto della media EU). La partnership con le organizzazioni no profit aumenta la fiducia nella marca nell’82% dei casi (valore più alto che nel resto dell’Europa).

 

Posted by Sergio Veneziani

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Per ulteriori informazioni

www.goodpurposecommunity.com.

www.facebook.com/goodpurpose

www.twitter.com/LIVEgoodpurpose.

Lo studio goodpurpose™ 2009 è stato condotto tra consumatori di età compresa tra 18 e 64 anni in dieci paesi tra luglio e agosto 2009. La società di ricerca StrategyOne ha svolto un sondaggio online in tutti i paesi tranne India e Cina, dove le interviste sono state effettuate di persona. Il sondaggio è stato condotto su un campione di 6026 adulti in Stati Uniti, Cina, Canada, Regno Unito, Germania, Italia, Francia, Brasile, Giappone e India. Lo studio è rappresentativo della popolazione del paese.

04 febbraio 2010

Gli appunti dal Forum di Davos di Richard Edelman

Ecco cosa scrive Richerd Edelman di ritorno dall'Economic Forum di Davos.

A Sober and Reflective Davos

 

I attended my twelfth World Economic Forum meeting in Davos this past week. In previous years, there were exuberant “dot-com” savants (1999), self-assured US diplomats just before the invasion of Iraq (2003), impressive sovereign wealth funds (2007) and confident private equity barons (2008). In turn, each has been humbled within eighteen to twenty four months. Last year in Davos, the world stood at the precipice, with insolvent financial institutions looking to government as lender of last resort and global trade plummeting as recession gripped the economy. Economic collapse has been averted but this year’s Davos attendees were forced to reconsider such basic assumptions including the role of business in society and the private sector’s relationship with government. One left the ice and snow with a distinct sense of unease. Here are a few observations from WEF 2010 about the priorities of world leaders that may inform your thinking and client counsel:

 

1)   Government on the front foot: Nicolas Sarkozy, president of France, took a very aggressive position on the future of business, calling for “moral capitalism” in place of the selfish, bonus-addicted behavior that led to the crash of 2008. The president of Korea, Lee Myung-bak, noted that the unprecedented cooperation among G-20 nations had staved off the crisis. He called for strong regulation to “counter pro-cyclical financial institutions” and an end to “too big to fail banks.” Larry Summers, chief economic advisor to President Obama, said, “We were there for the banks, now they need to be there for us and for the country. It is the task of progressive activist leadership not to work against capitalism, but to strengthen the market economy. The system cannot work for the benefit of the limited elite.” A few business leaders pushed back, for example Eckhardt Cordes of Metro Group, who said that government is now too “interventionist,” citing the Opel case in Germany where “there was a private sector solution available.”

 

2)   Bankers on the back foot: Mr. Profumo, CEO of a large Italian bank, said, “Banks have a huge reputation problem. We need a significant regulatory framework to restore trust.” Howard Davies, former head of the UK’s Financial Services Authority, noted “mounting public anger against the bankers; broad discontent among the people.” Brian Moynihan, CEO of Bank of America (disclosure: a client), said that “pension funds need to have more sober assumptions on investment returns so that they don’t make speculative purchases.” Joe Perella of Perella Weinberg acknowledged that the “incentive system does affect behavior. You cannot have extreme bonuses linked to short term profitability. But the leadership of a firm sets the tone on culture; what are the priorities?” Bob Diamond, CEO of Barclays, took a strong stand against the Volcker plan to limit bank involvement in proprietary trading or hedge funds, saying it will hurt their ability to serve clients.

 

3)   Business’ endorse stakeholder model: Indra Nooyi, CEO of Pepsico (disclosure: a client) calls it Performance with Purpose.  Mr. Colao, CEO of Vodaphone, calls for “zero tolerance for bad values; lots of rope on operations.” However you characterize it, the consensus of CEOs was in favor of evolving the model away from Milton Friedman (the social responsibility of business is to make profit) toward a more nuanced approach of business’ positive contribution to society. Michael Porter, professor at Harvard Business School, said, “The greatest competitive advantage for business will be social. We used to believe there was a trade-off between profit and social issues. Now we know differently. We thought work place safety and environmental stewardship were expensive, but the highest return on investment comes from zero accidents and reengineering the supply chain to make you more efficient. Companies which understand complex social issues will turn them into competitive advantages.” Tim Flynn, managing partner of KPMG, said that a CEO needs to be explicit and transparent and take a long term point of view on shareholder value.

 

4)   Copenhagen round moves forward:  On the positive side, Copenhagen marked the first international meeting based on a consensus on the science (maximum desirable temperature rise of two degrees Celsius), the aid package from the developed to the developing world and a smaller divide between north and south on emission targets/caps. The negatives include failure to deliver on target amount or period in which to achieve the ‘goal by nation’; absence of private sector involvement; and the lack of capacity of the United Nations in negotiating. A senior minister from India acknowledged that climate change is now linked to trade competitiveness, economic development and politics in each nation; “let’s not trash the multilateral process.” President Calderon of Mexico, who will host the next round in December, 2010 in Cancun, said, “We must reestablish trust among the parties. We have two gaps that threaten us; the rich versus the poor and man versus the environment. Let’s connect the solutions to both problems.” Caio Koch Weser of Deutsche Bank suggested public private partnerships such as that between his institution and the German Government to provide 10% of the country’s power needs from solar projects in the Sahara Desert, with the government agreeing to take the “first loss on equity projects.” Mr. Cameron of the Climate Action Project said we will not have a low carbon economy for at least thirty years—carbon sources will account for at least 70% of supply until 2040.  Mr. de Boer of the UN said, “There will be winners and losers. No way China can do 8-9% growth per year and have a low-carbon economy.” Ed Markey of the US Congress, warned that “other nations will not be allowed to exploit the US commitment to better environment because it will cause job losses. We will have tariff protection against those actors.”

 

5)   Sustainability as a core value:  Water needs to move to the center of planning for development. According to Peter Braubeck, chairman of Nestle, “Seventy percent of our use of water is in agriculture and 85% of that is used in less developed nations. We must improve agricultural efficiency and raise the intensity of production. In fact, 20% of our water use is in manufacturing and 10% is for drinking and personal hygiene.” It was suggested that water used in cities could be recycled but that a significant psychological barrier remains. Vindi Banga of Unilever (disclosure: a client) said that the carbon footprint on a typical Unilever product is 2% at the company offices, 25% at the factory, 10% in logistics and 50% when the consumer uses the product. He said that it is a company’s responsibility to educate consumers, to provide enough background so the consumer can make well-informed product choices. Mark Parker, CEO of Nike, said companies should take on the case for the environment. “Consumption has been seen as linear, from ‘Buy to Use to Throw Away. We have to recapture the value in reuse. We have to tell our investors how we are saving money and creating a sustainable business model.”

 

6)   Education: There are 72 million children who do not go to school, half of whom live in Africa. Queen Rania of Jordan cited the “marginalization of girls and minority groups. We must offer access to all. We should also empower parents in the local environment; they are the best advocates.” Her campaign, 1Goal seeks to raise the $16 billion needed to build schools and hire teachers for those outside of the educational system. Terry McGraw, CEO of McGraw Hill (disclosure: a client) described a program his company is rolling out that “prepares workers seeking re-training over a ten week period to be ready for their next jobs via on-line training modules.” He suggested educating the teachers via broadband, so that they teach critical thinking skills instead of rote instruction.

 

7)   Chronic disease is preventable:  The threat of obesity, tobacco and alcohol abuse to incidence rates of heart disease, cancer and diabetes is now present not just in the West, but in China, India and Africa. George Halvorsen, CEO of Kaiser Permanente, said, “We have intervened aggressively, offering every blue collar worker who is overweight a personal trainer. We have achieved lower rates of back pain, heart disease, absenteeism and diabetes.” He asserted that there is “no deterministic link between rates of obesity and education or income.” The health minister of Tanzania said that 60 years ago, cancer and diabetes were rare in his nation, “now many children have Type I diabetes and cancer kills more of our people than AIDS, tuberculosis and malaria together.” The panel agreed that there should be incentives for people to modify diet and start exercise. There is potential for technology to be used in disease prevention, with weight and blood pressure monitors linked to PCs. I attended a dinner on Altzheimer’s, where Dr. Robert Butler of Mt. Sinai Hospital called for a public-private partnership to fund a massive study on use of drugs in prevention, not treatment of the condition.”You have to get to the patient early, even at age 40 when abnormal proteins begin to be produced in the part of the brain where memory lives. One important discovery is that the disease is not genetic.”

 

8)   Emerging market consumers: The consumer in the developing world is seeking to trade up, while the consumer in developed markets is trading down, according to a Boston Consulting Group study released at Davos. Consider that the Chinese saving per family is dropping from 26% of income to 13% of income. In the developing world, 85% of purchases are made by women, who go to 3-5 stores as “deal hunters.” The CEO of Carrefour said these women “value affordability, aspiration and availability. They are smart and empowered.” Newly wealthy people in developing nations “have high aspirations. They want high value premium brands.” In fact, China will pass Japan next year as the #2 luxury market in the world. The CEO of tech giant HTC of Taiwan, Ms. Sher, said that companies must move to local production, given the demand for ecological stewardship. “We need much better communication to customers on the provenance of the product.” In a session on media in developing markets, Shekar Gupta of the India Express Co. said that locally produced content does better than global content. Eddy Saramedia of Indonesia’s leading media company said that he buys scripts from Korea and India, then localizes the creative and shoots at home. I met the creator of “99” comics from the Middle East, super heroes of the Batman and Superman vintage, except of Arabic origin. “I make the story lines local. I give my writers a character guide—no romantic scenes allowed.”

 

The World Economic Forum experience is akin to being thrust into a blender with the world’s smartest people for four days, then being poured out on the other side. I come away convinced of the necessity of explaining how and why business exists. It is not good enough to generate strong financial returns, outstanding stock price or to have a celebrity CEO. We must demonstrate that business is a change agent, a flexible and fast instrument of social good through employment and better life. Those of us in PR play a vital role in this endeavor.

 

Richard

10 novembre 2009

I media digitali e i professionisti della politica - un nuovo studio di Edelman

Capital staffers index Direttamente dal blog di David Brain, President & CEO di Edelman Europe, arriva la segnalazione di un nuovo studio a firma Edelman: il Capital Staffer Index, una lucida analisi dell’uso dei media digitali da parte dei professionisti della politica. Condotto in Germania, USA, Belgio, Francia e Inghilterra, questo lavoro ci permette di capire se, come e quanto i politici stranieri usano gli strumenti che la rete mette a disposizione per connettersi (è il caso di dirlo) alla comunità di riferimento e alle strutture di governance internazionale.   

Dall’indagine emerge come le fonti online siano ormai una risorsa assodata per reperire informazioni – indispensabili per strutturare la propria posizione politica – e capire quali siano le opinioni contrapposte in merito. I blog, in questo contesto, la fanno da padroni: non solo non sono più una novità, ma si sono imposti come strumenti per monitorare le notizie, le opinioni e, non ultimo, per comunicare con i cittadini.

L’importanza che i media digitali – dai blog, appunto, ai social network, dai sistemi di microblogging (twitter e tumblr) agli aggregatori di news – hanno assunto in questo settore rivela che ormai non è più il caso di chiedersi se utilizzarli o meno nell’ambito della comunicazione politica, ma, piuttosto, quanto e come farlo.

Sarebbe interessante, in conclusione, capire cosa stia succedendo in Italia: neanche a dirlo, la situazione da noi è ancora in uno stato embrionale (maggiori dettagli dall'analisi di Sofi ed Epifani su Spindoc). Tra gli esempi, il canale You Tube del Ministro Gelmini, che tanto ha fatto parlare alla sua nascita, il blog di Antonio Di Pietro, la pagina Twitter di Dario Franceschini e la pagina su Facebook del Ministro Brunetta. Un po’ pochi, forse, per poter cominciare a parlare di un uso consapevole dei digital media. Un bel punto di partenza, invece, per cominciare a lavorare in questa direzione.

 

Posted by Davide Sicolo

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