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Detto Tra noi

09 febbraio 2012

Presentato da Edelman Italia il Trust Barometer 2012: cresce la fiducia nei media

E' stato presentata a Milano, il 31 gennaio scorso, l'edizione 2012 dell'Edelman Trust Barometer.

Per vedere la presentazione, cliccate Download 2012 Trust Barometer_Italy - SV def

 

Cliccando qui sotto è possibile assistere a una conversazione sul Trust fra Dennis Redmont e Alan VanderMolen.

 

 

Qui sotto il comunicato stampa:

 

Milano 31 Gennaio 2012 – L’Italia si conferma un Paese complessivamente “fiducioso”: in Europa soltanto l’Olanda, con il 61%, dimostra di aver maggior fiducia nel governo, nei media, nelle aziende e nelle Organizzazioni non governative. L’Italia era al 56% l’anno scorso e al 56% resta quest’anno, mentre la Francia scivola al 40%, la Spagna al 37%. Il Giappone crolla dal 51% al 34% per effetto del disastro nucleare. Il Regno Unito resta basso: 41%, gli Stati Uniti al 46%.

E’ il risultato del caos finanziario e politico del 2011: nella maggior parte dei 25 Paesi presi in esame, i governi raccolgono un indice di consenso al di sotto del 50%. In Francia, Spagna, Brasile, Cina, Russia e Giappone, così come in altri sei Paesi, la fiducia nei governi è scesa di oltre 10 punti percentuali. Anche in Italia la caduta di fiducia nel governo è stata notevole, ma ormai è storia passata visto che l’indagine, condotta fra il 12 ottobre e il 15 novembre, ha preso in considerazione il governo Berlusconi (punteggio disastroso: 38%) e non il nuovo governo Monti.

“Oggi le aziende sono più credibili”, ha commentato Fiorella Passoni, amministratore delegato di Edelman Italia, “e possono guidare una ripresa generale della fiducia, cercando di essere percepite come forza di progresso e fonte di ricchezza, non come enti a scopo di lucro”.

La maggior fiducia nelle imprese non corrisponde ad altrettanta fiducia nei CEO, mediamente crollati di 12 punti percentuali in Europa (il più grande scivolone in 9 anni). Invece, torna in auge la fiducia nelle “persone come me”, nei pari, nei colleghi, ora preceduti soltanto da accademici ed esperti.

Ma in Italia è particolarmente significativa la ritrovata fiducia nei media, balzati dal 40 al 59%, e nei social media, cresciuti del 19%. Oggi social-networking, micro-blogging, e siti di condivisione di contenuti sono fonti di informazione altrettanto affidabili dei media tradizionali, e certo molto di più della pubblicità.

"I media hanno fatto un lavoro eccezionale lo scorso anno per spiegare i problemi finanziari in tutta l'Europa”, ha dichiarato Alan VanderMolen, Presidente e CEO di Global Practices and  Diversified  Insights Business di Edelman. “Hanno saputo offrire una vasta gamma di servizi e opzioni”.

Accademici, esperti e tecnici aziendali sono sempre al top della fiducia in Italia e nel mondo, considerati ancor più affidabili dei rappresentati delle Organizzazioni non governative. E questo forse spiega perché il governo Monti, tecnico per eccellenza, sembra ottenere in Italia e nel mondo un buon livello di fiducia. 

In Giappone, lo si è accennato, il terremoto dello scorso marzo e il conseguente disastro nucleare hanno minato la fiducia generale: il governo ha perso 26 punti, i meda 12, le NGO’s 21. L’industria dell’energia è crollata addirittura di 46 punti, le banche di 20. Al contrario, la Cina è è oggi al primo posto nel mondo per fiducia complessiva (76%) e l’unica a far registrare un significativo aumento di fiducia anche nelle aziende, passando dal 61 al 71%. Un vero passaggio di testimone dal Giappone, oggi “sol calante”, alla Cina.

 



Il Trust Barometer di Edelman
Il Trust Barometer è un’indagine condotta in 25 Paesi da Edelman. L'indagine è stata condotta dalla società di ricerca StrategyOne e consiste in interviste online 20 minuti condotte fra il 10 ottobre e il 30 novembre 2011. Il campione è stato di 25.000 intervistati (popolazione generale) e di 5.600 (pubblico informato) suddiviso in due gruppi di età (25-34 e 35-64), in 25 Paesi. Per pubblico infornato si intende persone che rispondono ai criteri seguenti: diploma di istruzione, reddito delle famiglie elevato (compreso nel 25%); letture frequenti di notizie sui media. Per ulteriori informazioni, visitare http://www.edelman.com/trust o chiamare il 212.729.2166.

19 novembre 2010

Sorpresa: sono più attenti al sociale i consumatori dei mercati emergenti

Edelman ha presentato a Milano, a un gruppo di bloggers, il quarto studio annuale Goodpurpose "Download GoodPurpose2010 ITA" e il primo Millennials "Download 8095_Launch Review FINAL".

Goodpurpose rivela come i consumatori in Brasile, Cina, India e Messico siano più propensi ad acquistare e promuovere marchi che sostengono le buone cause, superando  nettamente i consumatori in Occidente, Millennials analizza lo stile di vita e i comportamenti d'acquisto dell'ultimissima generazione, quella che nei Paesi emergenti sta crescendo enormemente per numero e importanza.

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 In India e in Cina, l’impegno a sostenere progetti di impegno sociale è salito progressivamente dal 2009, la percentuale di adulti che sono coinvolti personalmente nel sostenere una buona causa e' passata in India dal 34% all' 81% e in Cina dal 23% punti all' 89%. 8 consumatori su 10 in Brasile e Messico comprerebbero prodotti di aziende che supportano buone cause, poco più della metà (54%) di quello che succede nelle principali economie dell'Europa occidentale.
"Brasile, Cina, India e Messico hanno raggiunto un punto critico in termini di sviluppo economico e i loro consumatori non hanno più bisogno di fare compromessi", ha dichiarato Carol Cone, Amministratore delegato, Brand e Corporate Citizenship, Edelman. "Nei mercati emergenti, l'aumento è avvenuto così in fretta perché le battaglie per le questioni sociali, come per le risorse naturali e per i diritti umani, hanno assunto la massima importanza nelle scelte dei consumatori. Capiscono lo scopo e vogliono che sia al centro delle loro vite e delle loro interazioni quotidiane con i marchi ", dichiara Cone.

 Mentre i consumatori nei mercati emergenti emergono nel coinvolgimento di attivita' sociali, gli altri cittadini del mondo mantengono un alto livello d'interesse e impegno nelle cause sociali. Per il quarto anno consecutivo, in tutti i paesi europei e del nord america e' emerso che, quando qualita' e prezzo sono gli stessi, lo scopo di un marchio e' piu' importante rispetto a design/innovazione o alla fedelta' nei confronti della marca, diventando cosi la principale motivazione d'acquisto. Nonostante la crisi , i due terzi (66%) dei consumatori globali preferiscono comprare e consigliare prodotti e servizi di aziende che sostengono una giusta causa. 

"Oggi la relazione di un marchio con una buona causa è un concetto assolutamente centrale nel mondo del marketing. E’ l’ultima possibilità per conivolgere e attrarre i consumatori, due aspetti fondamentali per il marketing” dichiara John Quelch, Senior Associate Dean e Lincoln Filene, Professore di Economia aziendale presso la Harvard Business School e coautore di Greater Good: How Good Marketing Makes for Better Democracy (Harvard Business Press, 2008). Il consumatore oggi non vuole solo un prodotto, ma soluzioni – non funzioni, ma benifici. Lo scopo deve essere questo”.

 "La relazione con una buona causa oggi è, per un brand, la quinta P del marketing. Si inserisce all’interno del concetto storico di marketing mix, che comprende prodotto, prezzo, luogo e promozione” dichiara Mitch Markson, Responsabile Creativo di Edelman e Fondatore di Edelman GoodPurpose. La finalità permette al marchio di creare un rapporto ancora più profondo con il consumato e permette di seguirlo costantemente nel processo di sviluppo e di relazione con il progetto individuato”, conclude Markson. 

 Con l'aumento del coinvolgimento dei consumatori, l’aspettativa nei confronti dei marchi e delle aziende rimane molto alta. L’86% dei consumatori mondiali ritiene che le aziende debbano dare lo stesso peso sia ai prorpi interessi che a quelli della società civile. Due terzi degli intervistati si aspetta che i marchi mondiali supportino una giusta causa.

I consumatori si aspettano grande impegno da parte delle imprese nei progetti per giuste cause, e sono pronti a non investire in chi non lo fa.  Più di un terzo dei consumatori a livello globale boicoterebbei società che non si impegano attivamente nel supportare buone cause:  attraverso la critica (37%), non comprando il prodotto (37%), condividendo esperienze e informazioni negative sul brand (38%). Quasi la metà (46%) non sarebbe disposta a investire nella società che non si impegna in buone cause. “Si consideri che il 40% di persone tra i 18 e 24 anni nel mondo potrebbe contribuire a promuovere attività socialmente responsabili attraverso Facebook e Twitter” dichiara Markson “Questo è un campanello d’allarme per le aziende, soprattutto se prendiamo in considerazione l’importanza e il ruolo centrale che occupano i social media oggi

Per scaricare EdelmaNews con la ricerca, cliccare Download EdelmaNews-4-10c

 

Ulteriori  informazioni:

 Il 69%  dei consumatori a livello globale crede che le aziende abbiano un grande potere per supportare buone cause - come l’80% negli Stati Uniti e 82% in Messico.

 Quasi due terzi degli intervistati a livello mondiale (64%) ritiene che non è più sufficiente donare soldi, ma che sia necessario integrare le buone cause nell’attività quotidiana.

• A livello globale, le aziende di alimentari e bevande si trovano al primo posto nell’elenco delle società che si interessano alle buone cause, hanno un forte legame con i media e gli operatori sanitari.

• L’attenzione all’ambiente si colloca al primo posto come questione a cui i consumatori sono molto legati, seguita dal miglioramento dell'assistenza sanitaria.

• A livello globale, il 71% dei consumatori ritiene che i progetti che proteggono e sostengono l'ambiente possono aiutare a far crescere l’economia - con numeri ancora maggiori per la Cina, Messico, India, Brasile e Stati Uniti (87%, 81%, 81%, 79% e 75%, rispettivamente).

 

Posted by Sergio Veneziani

 

 

  

About the Edelman goodpurpose Study

The 2010 GoodPurpose study is the firm’s 4th annual global consumer study that explores consumer attitudes around social purpose, including their commitment to specific social issues and their expectations of brands and corporations. The survey was conducted by the StrategyOne and consisted of 20-minute interviews in 13 countries among 7,259 adults. Online interviews were conducted in Brazil, Canada, France, Germany, Italy, Japan, Mexico, the Netherlands, UAE, the United Kingdom, and the United States. Face-to-face interviews were conducted in China and India. The study is representative of the country population, except in UAE. UAE is representative of the online population. For more information, visit www.goodpurposecommunity.com.

05 novembre 2010

Il nostro futuro tra mobile, social network e tablet: il web è davvero morto?

Wired-Web is Dead Giorni passati navigando nei dati della rete, in tutti i sensi: il 3 e 4 novembre si è svolto lo IAB FORUM, un appuntamento che da diversi anni scandisce l’evoluzione dello scenario digital. Anche quest’anno emergono alcuni spunti di riflessione interessanti che, in alcuni casi, confermano trend già percepiti.

Un esempio ci viene offerto dal discorso di Roberto Binaghi, Presidente IAB Italia: la continua espansione dei social network, che ci fanno compagnia per 7 ore e mezza al mese. Ebbene sì, tanto è il tempo che gli italiani passano in media sui social network ogni mese… inutile dire che forse proprio questo è il canale da tenere in considerazione per raggiungerli e coinvolgerli.

Altro aspetto interessante riguardante gli italiani emerge dai dati Audiweb di settembre: si afferma sempre di più l’accesso a internet in mobilità. Cresce, infatti, del 26,1% rispetto a settembre 2009 l’accesso a internet tramite cellulare, disponibile per 5,3 milioni di italiani. Ma cosa fanno dal loro telefonino gli italiani? Le attività principali sono la semplice navigazione (50,4% dei casi), la consultazione dei motori di ricerca (26,3%), l’accesso ai social network (24,5%...sembra che proprio noi italiani non possiamo più farne a meno!), inviare o ricevere e-mail (24%) e la consultazione di itinerari/mappe (20,7%).

Ulteriore spunto che ci fa riflettere arriva da Chris Anderson, editor in chief di Wired USA, che provocatoriamente inizia il suo discorso, facendo eco alla copertina di qualche numero fa di Wired USA, dicendo Il Web è Morto, il web inteso come pura navigazione su internet, lasciando da parte tutto il resto come fruizione di video, condivisione di file,…. Ma cosa significa? Che il web sta diventando qualcosa di diverso da come lo abbiamo vissuto finora, rimane sempre importante la sua funzione primaria di servizio (browsing, ovvero navigazione), ma la linfa vitale sarà sempre più costituita dall’entertainment, ovvero gaming, streaming, apps,rich media (magazine)…questo negli USA sta già succedendo, infatti il web come servizio registra un calo a favore dell’entertainment; tra noi del vecchio continente invece il browsing gode ancora di un buon vantaggio. Scorgiamo già davvero all’orizzonte la fine del Web?
Stiamo a vedere…

Posted by Claudio Rascio

 

09 luglio 2010

Brevi note dall'UPA e dal suo labirinto strategico

Brevi note dall’Assemblea UPA di ieri a Milano, dal titolo: “Il labirinto strategico: verso il futuro della comunicazione”, relatori: Lorenzo Sassoli, Alex Boguski e Franco Bernabé.

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Apertura di Sassoli con tributo ad Emanuele Pirella, che ha segnato gli ultimi 40 anni  di pubblicità in Italia, e a Giampaolo Fabris. Dopo un primo semestre a +4% per gli investimenti pubblicitari, ci si attende una chiusura a +2%; nel 2011 conferma di questo trend, con probabile stabilizzazione nel 2012 a livelli del 2009.  Tra i settori c’è una crescita significativa per Alimentari e Gdo (+13%) ma anche per Cura della persona e Tlc, mentre sono in negativo le Automobili, l’Abbigliamento, Viaggi e Turismo.

Ha sottolineato il passaggio da web dell’informazione a web delle persone, Facebook é il quarto potere e la fibra ottica la nuova frontiera. La banda larga riserva però criticità legate ai numeri decisamente inferiori all’Europa (-10), in Italia solo 21 connessioni su 100 cittadini. La stampa continua a essere il media più sofferente (specialmente la periodica che perde ancora qualche punto) e dovrebbe cogliere le opportunità offerte dall’editoria digitale (e-book, versioni on line, streaming ...). Diminuiscono le cifre investite, ma aumentano gli investitori (ancora insufficiente, ma trend interessante).

Alex Bugoski, creativo americano di fama mondiale, che ha abbandonato la holding canadese MDC (proprietaria dell’agenzia Crispin Porter + Bosgusky – una delle agenzie più irriverenti e lodate USA – sembra a causa delle sue affermazioni sulla dieta americana che hanno provocato le lamentele di molti clienti: affermazioni che peraltro ha ripetuto ieri davanti alla platea).

Il futuro non si può prevedere, ma lo si scopre strada facendo, avvicinandosi alla realtà con l’approccio e lo sguardo dei bambini, sempre pronti ad assimilare tutto.  Non fermarsi a guardare, reagire al mondo che cambia è l’unica strada percorribile. L’expertise che gli adulti credono di avere è il nemico dell’innovazione.

Attraverso una serie di brevi accenni a case history americane, ha raccontato l’evoluzione in atto nel mercato della comunicazione dove i prox 5 anni varranno come gli ultimi 20 in termini di innovazione.

I valori si riflettono sui consumi, i brand devono prestare molta attenzione a quanto sta accadendo sul fronte digital della trasparenza e della sostenibilità: la trasparenza é alla base di tutto.

Bugoski ha dichiarato che nello scenario della comunicazione ci sono alcuni gorilla, ma che nessuno li vede. Diverse tendenze che rappresentano rischi e opportunità per i brand che sapranno tenere gli occhi aperti. Il gorilla del SuperMe porta le persone a creare raffigurazioni virtuali di sè stesso attraverso i soocial media, raccontando agli altri la sua vita, le sue storie (citazione di Twitter e di Flip che ha creato la videocamera con opportunità di postare immediatamente i filmati).

Altri gorilla: EnergyEconomy o SustainableSystem che rappresentano i brand in grado di creare reali vantaggi competitivi facendo la cosa giusta, un modo per conquistare la fedeltà delle persone e gli atti di acquisto (goodguy.com, Patagonia-footprint chronicles, Walmart con il sustainable index, Starbuck-mystarbuckidea, ...).

DigitalWorkforce e SuperWe sono riferiti al digitale e implicano la presa di coscienza che le nuove tecnologie hanno dato enorme potere ai dipendenti – Domino’s: il video di un dipendente che mostra una serie di schifezze nella preparazione della pizza postato su Youtube ha fatto perdere all’azienda 10% del fatturato in un solo giorno; BestBuy al contrario mette a disposizione dei clienti l’esperienza dei propri dipendenti su Twitter, trasformandoli in una sorta di servizio clienti efficacissimo. SuperWe vede alcune piattaforme – es. Foursquare – impegnate nel canalizzare l’attenzione delle persone coinvolte dai social network verso community reali, fisiche e localizzate.

Feeding é il gorilla della nutrizione che sottolinea l’importanza della trasparenza e chiarezza nelle informazioni – es. OGM che in USA non devono essere obbligatoriamente indicati sulle confezioni.

MovingPeople che trova alternative all’utilizzo delle auto e soluzioni per il traffico (car sharing, ...)

Nowness: ora e adesso, la rete si trasforma da fornitore di contenuti unilaterale a esperienza da vivere in tempo reale.

Franco Bernabé, AD di Telecom Italia, ha sottolineato la necessità di trovare nuovi modelli di consumo in un mercato influenzato dalle tecnologie.

La comunicazione sta spostandosi su nuovi spazi e definendo nuove superfici, lo “schermo” oggi non è più solo quello della TV generalista come in passato. Grazie ai social network, il singolo può diventare editore di sè stesso, crearsi il proprio palinsesto e condividerlo con chi desidera (da monologo a dialogo). 

Nell’ambito di questo scenario, il tema della privacy assume grande rilevanza perché ognuno dovrebbe poter dare un prezzo alle proprie informazioni personali.  In Europa le leggi sulla privacy sono restrittive, ma i navigatori sono disposti a mettere a disposizione informazioni personali in cambio di un servizio di valore.  

Apple e Google in questo mercato hanno acquisito una posizione dominante che andrebbe riequilibrata attraverso la creazione di un mercato vero e competitivo, nel quale il valore delle informazioni sia definito.  In questo senso, Telecom mette a disposizione delle aziende le proprie tecnologie.

Il mercato é in evoluzione e anche la comunicazione aziendale sta spostandosi verso nuovi spazi.

Telecom cresce di oltre il 50% nel broadband fisso e di oltre il 100% nel mobile: una crescita rappresentata per il 50% nel peer to peer e il 20% nel download di video.

Commentando la crescita del 4% degli investimenti nel primo semestre 2010, ha sottolineato che dopo la chiusura del 2009 a -13%, si resta comunque a -6% rispetto alla chiusura del 2008.

POSTED BY ANNA CAPELLA

11 giugno 2010

La Ferpi dà la parola Freeman, l'inventore del concetto di stakeholder

Interessante intervista, pubblicata oggi dalla newsletter Ferpi, a Robert Edward Freeman, conosciuto come il fondatore della teoria degli stakeholder, professore di Business Administration e autore del famosissimo libro "Strategic Management: a stakeholder approach" del 1984 nel quale il concetto di “stakeholder” viene applicato agli studi sul management strategico. Oggi è direttore dell'Olsen Centre for Applied Ethics della Darden Graduate Business School. Freeman

Dice Freeman: "Credo che negli ultimi 25 anni abbiamo visto sempre più aziende adottare questo nuovo quadro concettuale. Nel 1984 era insolito suggerire che le imprese si dovessero occupare della gestione degli stakeholder. Oggi non è così insolito. Molte aziende hanno, come questione fondante della propria mission, lo scopo di gestire le relazioni con gli stakeholder. Tuttavia, ancora, nella società in generale, abbiamo un’idea di business legata soltanto agli utili e agli azionisti. Questa è la causa principale della crisi finanziaria. Abbiamo bisogno di vedere il business come legato sia agli azionisti che agli stakeholder, ai profitti e alla creazione di valore per tutti gli stakeholder".

Per quanto riguarda la comunicazione, Freeman spiega: "Ci sono molte società di consulenza che si specializzano nel coinvolgimento degli stakeholder. È una delle questioni di cui più si parla nelle relazioni pubbliche. Le aziende, da Wal-Mart a Novo Nordisk, hanno persone che in tutto il mondo si occupano di “coinvolgimento degli stakeholder", quindi penso che le imprese stiano cercando di far passare il messaggio che il business riguardi la creazione di valore per gli stakeholder. E, l’unico modo per farlo su basi coerenti e sostenibili, è quello di ascoltarli".

E poi aggiunge: "Penso che la teoria degli stakeholder abbia “deragliato”, concentrandosi troppo su cosa fare in caso di conflitto tra gli interessi degli stakeholder. L’intuizione fondamentale della teoria non è che esistano gli stakeholder ed esista sempre un conflitto. L’intuizione fondamentale è che in un business di successo, spetta ai manager o agli imprenditori comprendere l’intersezione o la comunanza di interessi degli stakeholder e, nel tempo, si devono rendere conto che tutti questi rapporti vanno nella stessa direzione. Dove c’è un conflitto, c’è la possibilità di utilizzare l’innovazione e immaginazione per creare più valore per entrambe le parti, piuttosto che far prevalere un interesse su un altro. Il combustibile del capitalismo è il conflitto tra gli stakeholder e il motore sono l’innovazione e la fantasia … non i compromessi.

Tornando al tema della comunicazione d'impresa, osserva: "Penso che da quando le relazioni pubbliche si sono trasformate in comunicazione aziendale, si sia registrato un aumento della loro importanza. Ciò è particolarmente vero se coloro che lavorano nella comunicazione d’impresa possono diventare una “strada a doppio senso” per comunicare con gli stakeholder e dagli stakeholder all’azienda. Troppo spesso chi segue le relazioni pubbliche cerca solo di sbarazzarsi di un problema o placare gli animi. La tendenza è di non vedere nel conflitto un’opportunità di business. Gli addetti alle relazioni pubbliche devono essere strateghi e hanno bisogno di essere coinvolti nel marketing e nell’operatività dell’impresa per trovare le soluzioni più adatte a soddisfare i molteplici stakeholder con i prodotti e i servizi dell’azienda, piuttosto che con la politica e le riunioni".

Posted by Sergio Veneziani

08 giugno 2010

Ai politici piace "social"

L'Avvenire di oggi ci ricorda che sono tre gli strumenti sul web utilizzati dai parlamentari: siti Internet, sociali forum e blog. Almeno 800 parlamentari su 951 hanno un sito Internet, almeno il 23% dei parlamentari ha poi un blog, in sostituzione o assieme al sito Internet. 

Anche se i blog hanno più potenzialità comunicative degli altri mezzi, e infatti sono base della definizione dell'agenda quotidiana dei politici insieme agli altri media, non stanno "esplodendo" quanto i social network.

Lo rileva uno studio della Sapienza, svolto dal professor Stefano Epifani, che analizza la crescita dell'attenzione a Internet da parte dei politici. Stefano epifani Il fenomeno, ancora quasi inesistente sino al 2007, è apparso con le regionali del 2010 e con la recente diffusione di Facebook e Twitter.

In Italia infatti la vera rivoluzione, nell'allargamento del dibattito pubblico, l'hanno provocata più i social network che i blog.

I nuovi diari di rete tuttavia sono diventati le piattaforme dei programmi elettorali, ma non sono ancora strumenti di peso sulla scorta del modello americano. Insomma sembrano più strumenti per relazionarsi con un pubblico (influente) di nicchia, che non utili per la comunicazione politica di massa.

Posted by Sergio Veneziani


 

28 maggio 2010

Nobel per la pace a Internet? Candidatura accettata!

Nella newsletter Ferpi del 27 maggio leggiamo un'interessante intervista al direttore di Wired, Riccardo Luna (qui sotto nella foto), che si è fatto portavoce e promotore in Italia della candidatura di Internet a Nobel per la pace. Spiega: "E' la più grande piattaforma di comunicazione che l’umanità abbia mai avuto, quel dialogo costruisce in ogni istante una cultura di collaborazione. E sta cambiando in meglio il mondo in cui viviamo e nessuno sa nemmeno chi l’ha inventata". Luna

Una proposta che ci sembra stimolante e subito accettata dal Comitato di Stoccolma che vaglia le candidature. Con Internet, in realtà, non si fa solo la pace ma anche la guerra e, soprattutto, il terrorismo, però è giusto sottolineare il suo valore universale e unificante: ha abbattuto più frontiere in pochi anni di quante non ne abbia cancellate la politica in cent'anni. 

Forse potrebbe anche meritarsi, Internet, un Nobel per la letteratura, perché ha inciso così profondamente nel modo di comunicare che ha fatto letteratura "vera" Ma questa è un'altra storia.

Posted by Sergio Veneziani


17 maggio 2010

Una giornata a riflettere sui social media

In Leroy Merlin, venerdì scorso (14 maggio), Edelman ha partecipato a una "Giornata Social Network. Social Media. Welcome to the Revolution". Una riflessione su tutto quello che una grande azienda potrebbe fare con Internet e tutte le insidie nelle queli potrebbe cadere.

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Edelman ha tracciato lo scenario. Derrick de Kerckhove e Luca Conti hanno discusso dell'impatto sulle relazioni sociali, sulla vita politica, le relazioni affettive e i modelli comportamentali.

Molto successo ha suscita il video "Is Social Media a Fad?"

Posted by Sergio Veneziani

 

 

15 febbraio 2010

Quando la fonte è il "social"

Senza arrivare all'estremo degli esaperimenti in "real internet" che si propongono di utilizzare i social network come unica e sola fonte di informazione nella professione giornalistica, l'invito del nuovo director della BBC Global News - Peter Horrocks - ai "suoi" giornalisti è stato chiaro: usate i social media e siate più collaborativi nell'individuazione delle storie. L'invito è apparso più come un "dovere" che come un semplice suggerimento, secondo Horrocks infatti, l'utilizzo dei social media non è discrezionale ma fondamentale nella pratica di un corretto giornalismo contemporaneo.

Quel che è certo è che la tecnologia sta cambiando il giornalismo ed ora, accanto a penna e taccuino, il portatile o lo smartphone non possono mancare per controllare costantemente Twitter, i feed rss del proprio reader, Facebook, e i giornalisti diventano non solo produttori ma anche "aggregatori" di notizie.

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Ora a dirlo c'è la stessa BBC che nelle sue linee guida, solo un anno fa, prendeva in considerazione i social media solo per l'impatto che il riutilizzo dei contenuti poteva evere sul copyright.

Intanto l'esperimento dei 5 giornalisti francofoni "chiusi" nella rete è terminato, dando vita alle prime riflessioni in termini di gerarchia, rilevanza, comprensione compleata dell'informazione attraverso l'uso esclusivo dei social media, con la consapevolezza che il "tempo" è una variabile che cambia in Rete e nei media classici.

posted by Vanessa Carmicino

04 febbraio 2010

Gli appunti dal Forum di Davos di Richard Edelman

Ecco cosa scrive Richerd Edelman di ritorno dall'Economic Forum di Davos.

A Sober and Reflective Davos

 

I attended my twelfth World Economic Forum meeting in Davos this past week. In previous years, there were exuberant “dot-com” savants (1999), self-assured US diplomats just before the invasion of Iraq (2003), impressive sovereign wealth funds (2007) and confident private equity barons (2008). In turn, each has been humbled within eighteen to twenty four months. Last year in Davos, the world stood at the precipice, with insolvent financial institutions looking to government as lender of last resort and global trade plummeting as recession gripped the economy. Economic collapse has been averted but this year’s Davos attendees were forced to reconsider such basic assumptions including the role of business in society and the private sector’s relationship with government. One left the ice and snow with a distinct sense of unease. Here are a few observations from WEF 2010 about the priorities of world leaders that may inform your thinking and client counsel:

 

1)   Government on the front foot: Nicolas Sarkozy, president of France, took a very aggressive position on the future of business, calling for “moral capitalism” in place of the selfish, bonus-addicted behavior that led to the crash of 2008. The president of Korea, Lee Myung-bak, noted that the unprecedented cooperation among G-20 nations had staved off the crisis. He called for strong regulation to “counter pro-cyclical financial institutions” and an end to “too big to fail banks.” Larry Summers, chief economic advisor to President Obama, said, “We were there for the banks, now they need to be there for us and for the country. It is the task of progressive activist leadership not to work against capitalism, but to strengthen the market economy. The system cannot work for the benefit of the limited elite.” A few business leaders pushed back, for example Eckhardt Cordes of Metro Group, who said that government is now too “interventionist,” citing the Opel case in Germany where “there was a private sector solution available.”

 

2)   Bankers on the back foot: Mr. Profumo, CEO of a large Italian bank, said, “Banks have a huge reputation problem. We need a significant regulatory framework to restore trust.” Howard Davies, former head of the UK’s Financial Services Authority, noted “mounting public anger against the bankers; broad discontent among the people.” Brian Moynihan, CEO of Bank of America (disclosure: a client), said that “pension funds need to have more sober assumptions on investment returns so that they don’t make speculative purchases.” Joe Perella of Perella Weinberg acknowledged that the “incentive system does affect behavior. You cannot have extreme bonuses linked to short term profitability. But the leadership of a firm sets the tone on culture; what are the priorities?” Bob Diamond, CEO of Barclays, took a strong stand against the Volcker plan to limit bank involvement in proprietary trading or hedge funds, saying it will hurt their ability to serve clients.

 

3)   Business’ endorse stakeholder model: Indra Nooyi, CEO of Pepsico (disclosure: a client) calls it Performance with Purpose.  Mr. Colao, CEO of Vodaphone, calls for “zero tolerance for bad values; lots of rope on operations.” However you characterize it, the consensus of CEOs was in favor of evolving the model away from Milton Friedman (the social responsibility of business is to make profit) toward a more nuanced approach of business’ positive contribution to society. Michael Porter, professor at Harvard Business School, said, “The greatest competitive advantage for business will be social. We used to believe there was a trade-off between profit and social issues. Now we know differently. We thought work place safety and environmental stewardship were expensive, but the highest return on investment comes from zero accidents and reengineering the supply chain to make you more efficient. Companies which understand complex social issues will turn them into competitive advantages.” Tim Flynn, managing partner of KPMG, said that a CEO needs to be explicit and transparent and take a long term point of view on shareholder value.

 

4)   Copenhagen round moves forward:  On the positive side, Copenhagen marked the first international meeting based on a consensus on the science (maximum desirable temperature rise of two degrees Celsius), the aid package from the developed to the developing world and a smaller divide between north and south on emission targets/caps. The negatives include failure to deliver on target amount or period in which to achieve the ‘goal by nation’; absence of private sector involvement; and the lack of capacity of the United Nations in negotiating. A senior minister from India acknowledged that climate change is now linked to trade competitiveness, economic development and politics in each nation; “let’s not trash the multilateral process.” President Calderon of Mexico, who will host the next round in December, 2010 in Cancun, said, “We must reestablish trust among the parties. We have two gaps that threaten us; the rich versus the poor and man versus the environment. Let’s connect the solutions to both problems.” Caio Koch Weser of Deutsche Bank suggested public private partnerships such as that between his institution and the German Government to provide 10% of the country’s power needs from solar projects in the Sahara Desert, with the government agreeing to take the “first loss on equity projects.” Mr. Cameron of the Climate Action Project said we will not have a low carbon economy for at least thirty years—carbon sources will account for at least 70% of supply until 2040.  Mr. de Boer of the UN said, “There will be winners and losers. No way China can do 8-9% growth per year and have a low-carbon economy.” Ed Markey of the US Congress, warned that “other nations will not be allowed to exploit the US commitment to better environment because it will cause job losses. We will have tariff protection against those actors.”

 

5)   Sustainability as a core value:  Water needs to move to the center of planning for development. According to Peter Braubeck, chairman of Nestle, “Seventy percent of our use of water is in agriculture and 85% of that is used in less developed nations. We must improve agricultural efficiency and raise the intensity of production. In fact, 20% of our water use is in manufacturing and 10% is for drinking and personal hygiene.” It was suggested that water used in cities could be recycled but that a significant psychological barrier remains. Vindi Banga of Unilever (disclosure: a client) said that the carbon footprint on a typical Unilever product is 2% at the company offices, 25% at the factory, 10% in logistics and 50% when the consumer uses the product. He said that it is a company’s responsibility to educate consumers, to provide enough background so the consumer can make well-informed product choices. Mark Parker, CEO of Nike, said companies should take on the case for the environment. “Consumption has been seen as linear, from ‘Buy to Use to Throw Away. We have to recapture the value in reuse. We have to tell our investors how we are saving money and creating a sustainable business model.”

 

6)   Education: There are 72 million children who do not go to school, half of whom live in Africa. Queen Rania of Jordan cited the “marginalization of girls and minority groups. We must offer access to all. We should also empower parents in the local environment; they are the best advocates.” Her campaign, 1Goal seeks to raise the $16 billion needed to build schools and hire teachers for those outside of the educational system. Terry McGraw, CEO of McGraw Hill (disclosure: a client) described a program his company is rolling out that “prepares workers seeking re-training over a ten week period to be ready for their next jobs via on-line training modules.” He suggested educating the teachers via broadband, so that they teach critical thinking skills instead of rote instruction.

 

7)   Chronic disease is preventable:  The threat of obesity, tobacco and alcohol abuse to incidence rates of heart disease, cancer and diabetes is now present not just in the West, but in China, India and Africa. George Halvorsen, CEO of Kaiser Permanente, said, “We have intervened aggressively, offering every blue collar worker who is overweight a personal trainer. We have achieved lower rates of back pain, heart disease, absenteeism and diabetes.” He asserted that there is “no deterministic link between rates of obesity and education or income.” The health minister of Tanzania said that 60 years ago, cancer and diabetes were rare in his nation, “now many children have Type I diabetes and cancer kills more of our people than AIDS, tuberculosis and malaria together.” The panel agreed that there should be incentives for people to modify diet and start exercise. There is potential for technology to be used in disease prevention, with weight and blood pressure monitors linked to PCs. I attended a dinner on Altzheimer’s, where Dr. Robert Butler of Mt. Sinai Hospital called for a public-private partnership to fund a massive study on use of drugs in prevention, not treatment of the condition.”You have to get to the patient early, even at age 40 when abnormal proteins begin to be produced in the part of the brain where memory lives. One important discovery is that the disease is not genetic.”

 

8)   Emerging market consumers: The consumer in the developing world is seeking to trade up, while the consumer in developed markets is trading down, according to a Boston Consulting Group study released at Davos. Consider that the Chinese saving per family is dropping from 26% of income to 13% of income. In the developing world, 85% of purchases are made by women, who go to 3-5 stores as “deal hunters.” The CEO of Carrefour said these women “value affordability, aspiration and availability. They are smart and empowered.” Newly wealthy people in developing nations “have high aspirations. They want high value premium brands.” In fact, China will pass Japan next year as the #2 luxury market in the world. The CEO of tech giant HTC of Taiwan, Ms. Sher, said that companies must move to local production, given the demand for ecological stewardship. “We need much better communication to customers on the provenance of the product.” In a session on media in developing markets, Shekar Gupta of the India Express Co. said that locally produced content does better than global content. Eddy Saramedia of Indonesia’s leading media company said that he buys scripts from Korea and India, then localizes the creative and shoots at home. I met the creator of “99” comics from the Middle East, super heroes of the Batman and Superman vintage, except of Arabic origin. “I make the story lines local. I give my writers a character guide—no romantic scenes allowed.”

 

The World Economic Forum experience is akin to being thrust into a blender with the world’s smartest people for four days, then being poured out on the other side. I come away convinced of the necessity of explaining how and why business exists. It is not good enough to generate strong financial returns, outstanding stock price or to have a celebrity CEO. We must demonstrate that business is a change agent, a flexible and fast instrument of social good through employment and better life. Those of us in PR play a vital role in this endeavor.

 

Richard

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